Roberta e i suoi profumi salentini sotto la Grande Muraglia

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Roberta e i suoi profumi salentini sotto la Grande Muraglia

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Sin da piccola mi è sempre piaciuto viaggiare, e ogni volta che si prospettava la possibilità di allontanarsi da casa l’ho sempre colta più che volentieri. Anche quando è arrivato il momento di scegliere l’università ho scelto Milano, per scoprire poi che invece è stato l’inizio di un viaggio alla riscoperta delle mie radici.

Ogni volta che tornavo a casa, la valigia nella tratta Milano-Ostuni era vuota, per poi essere over weight al ritorno! Perché? Almeno 5 kg di carne fresca presa dal macellaio di fiducia , mozzarelle e formaggi freschi di casa (perché si sa, la mozzarella a Milano non è buona), conserve di tutti i tipi, dai sughi pronti, ai legumi, alla carne, al pesce…tutto rigorosamente messo nei “boccacci” fatti a bagnomaria da mamma (perché in Puglia le conserve a bagnomaria si fanno nei boccacci, non nei barattoli!), e poi ancora il pesce pescato da papà, pomodori e uova fresche regalate dalla vicina…perché il viaggio è lungo e a Milano non hanno lo stesso sapore!

Dopo Milano si è aperto un altro capitolo della mia vita da migrante, la Cina, e approdata a Pechino le difficoltà sono aumentate: le uova non avrebbero di certo resistito agli sballottolamenti del viaggio, per affettati e latticini invece trattengo il respiro ogni volta che oltrepasso la dogana…ma la puccia con la cipolla, un pezzo, almeno un pezzo lo devo portare! I taralli vanno invece nel bagaglio a mano, perché se no si sbriciolano, ma soprattutto perché durante il viaggio sono un conforto notevole contro la nostalgia che mi pervade appena lascio la mia terra! Perché come Bridget Jones aveva il suo gelato, io ho i miei taralli!

Insomma, tra imposizioni doganali, restrizioni sul peso del bagaglio (che avvolte c’è da sudare anche solo per 500 gr di caciocavallo in più!) e periodi di distacco tali da farmi finire prestissimo il poco che riuscivo a portare, ho davvero iniziato a fare tutto da sola, come mamma e come nonna.

Ed ecco che la domenica si fa il pane secondo la ricetta di nonna: farina, un po’ di sale, acqua quanto basta, e se vuoi ci puoi aggiungere una patata, così diventa più soffice! E poi ancora, i tarallini, che anche ai miei amici piacciono tanto: farina, sale e pepe quanto basta, olio e un po’ più di vino. Le ricette di famiglia non hanno dosi, è una tradizione magica che si tramanda di generazione in generazione, e se si prova a chiedere la quantità di un ingrediente, la risposta è sempre una: “a occhio”!

Quindi, un po’ per gioco, un po’ per necessità, e un po’ per nostalgia, mi sono ritrovata a friggere le pettole alla vigilia dell’Immacolata, a preparare cenoni di Natale e pranzi per amici italiani e cinesi, e poi a insegnare cucina italiana, con una forte impronta salentina, a studenti cinesi. In Cina, come in molti altri Paesi stranieri, la cucina italiana è molto conosciuta e apprezzata, ma non accessibile a tutti. A Pechino, per esempio, la maggior parte dei ristoranti italiani sono negli alberghi di lusso. Negli ultimi anni, anche se sempre più ristoranti propongono cucina italiana, e sempre più aumenta il numero delle persone che li frequentano, nell’immaginario collettivo degli stranieri, la cucina italiana si limita a pizza, spaghetti e tiramisù, perciò le richieste sono abbastanza limitate anche nei corsi di cucina. Se invece sono libera di scegliere il menu, ecco che fioccano sapori e colori della mia terra, perché è un modo per me per rivivere i ricordi di bambina, e per far raccontare agli altri colori, sapori, profumi ed esperienze che difficilmente potrebbero conoscere.

Quando poi l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia di Pechino mi ha chiesto di tenere un corso di otto lezioni, allora sì che ho potuto davvero sbizzarrirmi! Per prima cosa urge sempre la telefonata a mamma, un consulto fondamentale prima delle decisioni importanti e non, perché ha sempre un consiglio pronto su cosa inserire nel menù e, oltre a piatti rigorosamente pugliesi come riso patate e cozze, spaghetti alla chitarra, e involtini di melanzane, anche per quelli meno pugliesi come i baci di dama, ho preso spunto dalla mitica agenda delle ricette di mamma, che è in più volumi come l’enciclopedia DeAgostini!

Le dimostrazioni comprendono sempre delle degustazioni dei piatti preparati, così gli studenti possono assaporare davvero i sapori italiani senza il filtro del marketing imposto ai ristoranti. Oltre al sapore e al profumo delle pietanze della nostra tradizione, quello che affascina sono le storie racchiuse in ogni singolo piatto, le esperienze e i ricordi celati in ogni racconto.

Qualche mese fa mi è arrivata una telefonata in cui mi è stato proposto di rappresentare la Puglia in un programma della CCTV4, rete nazionale cinese, per un confronto tra una città cinese e Bari. Ovviamente ho accettato di buon grado l’invito, sia perché ho pensato che sarebbe stato divertente, sia perché mi piace raccontare della mia terra. Uno degli aspetti su cui si basava il confronto è il cibo, aspetto fondamentale della cultura italiana nonché di quella cinese. Uno degli ospiti raccontava la sua esperienza in Salento a casa di una sua amica e di un pranzo a casa della nonna: alla prima portata, alla domanda della nonna se fosse di suo gradimento, non ha potuto che rispondere in maniera affermativa, e non ha fatto in tempo a finire la frase che si è ritrovato il piatto stracolmo, alla fine del quale ha scoperto che era solo il primo di altre 25 portate a cui non poteva assolutamente sottrarsi!!! Ero in studio che ridevo con le lacrime perché pensavo alle mie amiche dell’università e a quelle straniere in vacanza in Salento, perché un pranzo da noi non è solo convivialità, ma una vera e propria gara di resistenza per chi riesce a resistere fino alla fine!

Quello che ho potuto notare è che i cinesi non solo apprezzano la cucina italiana, e salentina, ma di quest’ultima oltre alla genuinità e la freschezza dei sapori ne apprezzano anche la concretezza delle porzioni!

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