Salento: destinazione musica

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Per ripercorrere il complesso ed affascinante scenario delle tradizioni musicali della penisola salentina, abbiamo intervistato Valerio Daniele, musicista, compositore e produttore. E’ fondatore di desuonatori, un coordinamento di autoproduzioni musicali indipendenti attivo in Puglia dal 2013.
Lavora nel campo meno definibile delle mutazioni dei generi musicali, in volontario bilico tra musiche moderne e musiche di tradizione. Gestisce la produzione musicale e la direzione artistica di vari progetti musicali (Marinaria, Dario Muci e Mayis, Anna Cinzia Villani e MacuranOrchestra, Il Viola di Maria, Tirica Ucala ecc.) operanti nel settore della ricerca sulle musiche tradizionali e sulla contaminazione di generi di musica colta ed extra-colta (jazz, contemporaneo, cameristico, tradizionale e world music, rock). Come musicista, arrangiatore si occupa anche di progetti quali: Reverie Duo con Redi Hasa, Aspro con Ninfa Giannuzzi, Teatrini di Escher, Dario Congedo e Nàdan con L. Alemanno, G. Distante e F. Massaro, Daniele/Distante Duo, Storie di Uomini e Nuvole con Dario Muci, Aner Hlod.

Non si può parlare di Salento senza parlare di pizzica e taranta, musica delle ronde, della danza delle spade, pizzica d’amore e cantu alla stisa. Cosa c’è di unico nella pizzica, qual è il rapporto intimo tra questa terra e la musica? Si può comprendere il Salento senza la pizzica?

Anzitutto vorrei fare chiarezza sui termini. Da anni l’espressione pizzica ha impropriamente esteso il suo significato fino ad includere, nel pensare comune, tutta la musica di tradizione di questa terra. Questo è un errore da evitare. Bisogna ricondurre (e conseguentemente ridimensionare) la pizzica all’interno di un bacino molto più grande, variegato e complesso che definiamo come musica tradizionale salentina.
Per una serie di fattori che non starò qui ad elencare, tuttavia, la pizzica ha goduto di una diffusione mediatica ben più ampia di tutte le altre espressioni musicali del Salento e purtroppo credo che questo fenomeno abbia non di rado generato forme di impoverimento culturale.
Il Salento ha un legame originario e indissolubile con la sua musica, come ogni terra di confine di questo mondo. La forza delle musiche di tradizione di tutto il mondo è questa: la non distinguibilità fra vita e musica, fra quotidianità ed espressione. Oggi il Salento ha perso questo legame, quasi del tutto. Troppo spesso, in questi anni, si sostituisce la carnalità e la naturalezza di un patrimonio musicale/culturale di rara ricchezza con le sovrastrutture del turismo, di una filologia forzata, innaturale ed inattuale, della polemica sterile, di un divismo piccolo piccolo.

Considerata un tempo come l’unica cura contro il morso di un ragno velenoso, oggi viene considerata come cura per l’economia della terra del rimorso. Quanto è stata commercializzata la pizzica per essere venduta ai turisti?

Troppo.
O forse non abbastanza…nel modo giusto.
Esiste un modo per fare turismo intelligente. Esiste un modo di valorizzare la propria terra senza esporla al ridicolo. In molte parti del mondo questo accade; la cultura del popolo è valorizzata, non trattata/usata alla stregua di folklore.
Non occorre per forza semplificare. Il pubblico non è stupido, né ignorante. Sembrerà una banalità ma di questi tempi è bene tenerlo a mente.
Il pubblico, però, è condizionato. Probabilmente sono alcune scelte degli operatori culturali a generare stupidità. Ma questa è un’altra storia e richiederebbe molte pagine.
Esiste un modo per reinventarci il Salento. Un Salento vivo, profondamente legato alla grana della sua terra, non più sfruttatore di un’immagine idilliaca ed ipocrita, autocostruita a scopi promozionali di strettissimo respiro. Un Salento capace di operazioni culturali impreviste, difficili, coraggiose, pronto a mettere in discussione anni di anomia e di isolamento intellettuale, oltre che di isolamento fra intellettuali.
Esistono già le basi per questo rinnovamento. Sono quasi totalmente sommerse ma lavorano sotto il mare, instancabilmente. Per la natura del mio lavoro, sono ormai da molti anni in stretto contatto con buona parte della musica di questa terra e posso affermare con certezza che questa parte di Salento che non si lascia piegare, abbindolare da facili orizzonti di gloria, è pronta ad emergere con forza. Il Salento è ricco di talenti non comuni, di ottimi musicisti e di nuovi autori gonfi di forza e amore.
C’è bisogno di spazio però. Di ascolto.

Nel panorama musicale salentino ci sono molti gruppi di musica tradizionale, a un turista che per la prima volta si avvicina al Salento e alla sua tradizione, cosa suggeriresti di ascoltare per prima? Proviamo a fare una playlist per prepararci alla visita nel Salento. (massimo 5 pezzi)

Domanda complicata…soprattutto mi è difficile non essere di parte.
Posso dirvi che ho amato ed amo molto tutti i lavori dei Ghetonia, i brani originali di Rina Durante (musicati da Daniele Durante), “Centeuna” dei Salentorkestra.

Tra gli strumenti popolari consigliane uno che si può suonare anche senza saper suonare…tamburello escluso.

Sono un musicista. Credo che ogni strumento debba essere rispettato.
Anche il tamburello è uno strumento…si possono annoverare centinaia di tecniche per suonarlo.
Amare la musica è anche rispettarla e questo spesso comporta un’amara presa di coscienza del limite.
E’ il pensiero con cui mi sveglio ogni mattina: forza, amore e limite.
Credo si possa anche solo ascoltare la musica e amarla allo stesso modo, con la stessa intensità di che la suona.

 

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